Swann

L'ombra ribelle e la gatta innamorata
07/11/2009

Ciao Alda

Lentamente sulla memoria che accade
come una svolta eterna
o bellissima nel raro momento d’amore
che si conclude sempre in un bacio
tu svicoli lontano
verso eterni sentieri
e come lepre colta in fallo
premi la tua preghiera di sempre,
ottusa nella tua rabbia
per chi ti salva dentro un gesto di amore.
O te fortunata che torni indietro
dopo il delirio, rompendo la tua sciagura.
Con aghi eterni trionfi di tutto
macchiando il tuo vacuo sorriso
con tutte le preghiere delle donne.
(Alda Merini)

180px-Alda_Merini

Dove li mettiamo i sentimenti? Tra gli hobby, le malattie, le debolezze umane? Un posto dovremmo pur darglielo, per evitare che saltino fuori quando meno ce lo aspettiamo, e ci lascino istupiditi. La fine delle ideologie, che in fondo si potrebbe considerare come il tramonto del romanticismo, purtroppo si è portata dietro anche questo pericoloso corollario: sono spariti i posti dove mettere i sentimenti, e quelli se ne vanno in giro pericolosamente come virus, pronti a ingannare una ragione qualsiasi. L’amore, si sa, è stato da sempre il posto più giusto, ma a volte ho l’impressione che sia stato ridotto a pura psicologia, malattia esantematica comune, da trattare con tanta televisione e infinite sequenze di sms. Il sentimento senza oggetto, temo che diventi follia. Una persona che si interessa solo al denaro, ad esempio, se venisse posseduta da un sentimento, che ne farebbe? Io lo immagino ricoverato in una clinica psichiatrica, ma uscire quasi subito, per non perdere troppi soldi, imbottito di terribili medicine. Che l’uso intensivo di cocaina serva anche a questo? Per fuggire ai sentimenti, e magari proprio a quelli che più fanno male, perché riguardano se stessi?
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categorie: poesia, merini
28/10/2009

Petites madeleines - 8

Fu Floriano a dirmi che Francesco era stato ucciso. Fecero un giro di telefonate, per avvisare tutti, e toccò a lui chiamarmi. Fu piuttosto sbrigativo, del resto cosa si poteva dire? L’appuntamento era all’università, per decidere cosa fare. Provai a chiamare Gloria, la mia ragazza, più volte. Non era ancora tornata dall’ospedale, dove faceva il corso per infermieri. Poi mi avviai. Cercavo di immaginare cosa sarebbe successo, ma non ci riuscivo. Sapevo solo che dovevo andare. A mia madre non raccontai nulla. Inutile farla preoccupare prima del tempo. L’avrebbe scoperto guardando il telegiornale.

Non conoscevo bene Francesco, 3324_a4141nonostante l’avessi visto tante volte. Era capitato che scambiassimo qualche parola, e una volta ero stato anche in macchina con lui, ma a parte questo nient’altro. Lo sconforto e la rabbia che mi stava prendendo, mentre mi recavo in autobus all’università, erano dovuti a un senso di lutto diverso da quello che si prova per un amico. Molto difficile, oggi, da spiegare. Un lutto di comunità: “la morte di uno di noi”. Inoltre, al di là dei tanti discorsi sentiti, e alcuni fatti, in quei mesi, troppo ideologici e manichei, mi rendevo conto della situazione in cui saremmo stati da quel momento in poi. Emarginati, attaccati da tutti, considerati fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Un disastro. Cercavo di credere che il PCI avrebbe fatto qualcosa, ma anche un ragazzo come me non faceva fatica a rendersi conto che si trattava d’illusioni. Berlinguer si era alleato con la DC, il partito del ministro dell’interno, che aveva scelto, e lo sapevamo da qualche tempo, la linea dello scontro militare con i “sedicenti tupamaros”.

Le illusioni non avrebbero comunque potuto durare a lungo. All’università lessi il volantino del PCI, che ci definiva neosquadristi, limitandosi a deprecare l’uso delle armi da fuoco da parte della polizia. Nello stesso tempo, sentivo alcuni, attorno a me, parlare della necessità di passare alla lotta armata. Così ci volevano, così saremmo diventati. Mi veniva in mente Nietzsche, una delle mie disordinate letture del tempo, quando scriveva d’inquisitori e streghe. Io sognavo i sit-in e Jan Palach, e avevo orrore delle armi. Non ero certo l’unico, eravamo anzi una larga maggioranza, ma stavo imparando una delle verità atroci della vita: il peggio tende sempre a prevalere.
Erano dieci anni che gli studenti aderivano a movimenti rivoluzionari. Qualcuno aveva deciso che tutto questo doveva finire, a qualsiasi prezzo. Sarei sceso in piazza, con tutti gli altri, perché non volevo farmi mettere da parte. Avrei commesso gli errori di tutti, salvo quelli che giudicavo idioti. Dall’università fino in piazza avrei gridato con rabbia: “Guai a chi ci tocca!”, mentre le pietre frantumavano le vetrine dei negozi. Sarei scappato davanti alle cariche della polizia, avrei occupato la stazione e avrei lanciato sassi contro i caschi degli agenti. Poi mi sarei ritirato di nuovo all’università, con tutti gli altri. E avrei avuto paura, come tutti gli altri.
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categorie: 1977, nietzsche, petites madeleines, franceso lorusso
17/10/2009

Una firma per Ipazia

Agora-di-Alejandro-AmenbarNon voglio mettermi a parlare di Ipazia e della sua purtroppo misteriosa opera. Non è questo il punto. Il punto è invece che in Italia vi sono opere che non si possono leggere e altre che non si possono vedere, e questo non perché esista una censura che le mette all'indice, bensì per l’odiosa autocensura di pochi che non hanno a cuore il loro mestiere. Editori, distributori cinematografici, direttori di rete e così via. Persone che come intimo motto devono avere “ma chi me lo fa fare?” che in quest’ultimo caso deve essere stato “ma chi me lo fa fare di mettermi contro la chiesa?”
Il caso del film “Agorà”, di Alejandro Amenabar, è, come si è soliti dire con macchinoso termine, “emblematico”. V’invito, a questo proposito, a leggere un articolo pubblicato sulla Stampa e a firmare la petizione che ne chiede la distribuzione in Italia.
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categorie: cinema, filosofia, censura, ipazia
15/10/2009

I signori Hyde

“Per duplice che fossi, non sono mai stato quello che si dice un ipocrita. I due lati del mio carattere erano ugualmente affermati: quando m’abbandonavo senza ritegno ai miei piaceri vergognosi, ero altrettanto me stesso di quando, alla luce del giorno, mi affaticavo per il progresso della scienza e il bene del prossimo.”
(Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde, traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini)


imageHM3Mi capita spesso di pensare a chi siano nella realtà i protagonisti delle scabrose vicende di cui scrivono i giornali e parlano i telegiornali. Un marito che strangola la moglie, una moglie che accoltella il marito, un figlio che uccide i genitori, per stare nell’ambito familiare, o un pensionato che spara al vicino di casa. Persone che devono essere state altro, non solo marito, moglie, figlio, pensionato. La vita che ha preceduto il delitto, non necessariamente ha teso dall’inizio all’epilogo fatale. Magari vi sono stati momenti belli, in quelle vite, prima che qualcosa le incrinasse. Quel marito può essere stato un figlio esemplare, quella moglie una donna straordinaria, che si è prodigata per un’amica portatrice di handicap. Di questo quasi sicuramente nessun giornalista ci parlerà mai. Pensare che un delitto sia sempre commesso da una persona costituzionalmente violenta, ci tranquillizza. Se, parlando di quel pensionato, il giornalista ricorda il morbo di Alzheimer che l’ha colpito, questo ci turba profondamente. Il dubbio che chiunque possa commettere un delitto, in certe condizioni, mette in crisi la fede nella nostra persistenza. Ci fa paura l’idea che le nostre peggiori fantasie, un giorno, possano diventare realtà. Che l’ira momentanea che sappiamo così bene controllare, un giorno trovi breccia e ci porti dalla parte infernale.
La nostra cultura ha le proprie radici nel cattolicesimo. E’ qualcosa di molto più vero di quanto possa fare sembrare la pretesa politica che sia così. Non siamo ancora capaci di accettare, nonostante Freud, che non siamo un’unità d’intenti. Non siamo un’anima, ma più anime. Possiamo credere in una cosa e nel suo contrario. Possiamo desiderare il bene e il male insieme, camuffare il male con il bene e praticare il male pensando che sia a fin di bene. Le possibilità di autoinganno sono infinite. Il principio socratico di conoscere se stessi dovrebbe portarci a capire tutti i nostri desideri, anche quelli infimi. L’etica applicata alla vita, la correttezza nei comportamenti, dovrebbe sorgere da una consapevolezza pragmatica.
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categorie: letteratura, filosofia, stevenson
03/10/2009

Petites Madeleines - 7

Francesco Guccini cantava: “Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta …” Dentro porta Saragozza, ma di poco, c’era allora una piccola osteria, dove una sera vedemmo un vecchio alcolizzato in mutande, che ci chiese, barcollando, un contributo per il bicchiere della staffa che l’oste gli negava. Non ricordo se gli demmo cento o duecento lire, se lo facemmo fu però solo per dispetto verso i due o tre meno ubriachi che lo prendevano in giro.

daribeirolinomoraEravamo andati lì perché Baffo sosteneva che si bevesse vino adulterato con sangue di bue. Adesso non riesco a spiegarmi cosa ci fosse di tanto allettante, è però vero che ci piaceva ingurgitare di tutto. L’oste era vestito con un vecchio grembiule nero, di quelli che usavano i bidelli, e aveva il volto ricoperto di venuzze rosse. Ci servì un litro di melassa nerastra che sosteneva essere barbera. Dopo avere bevuto di un fiato il primo bicchiere, Baffo esclamò: “Esatto, è proprio sangue di bue!” Non so cosa fosse veramente, ma ricordo bene che sentii la sostanza densa scendere lentamente nello stomaco e fissarsi lì, come un blocco di catrame. Poi ci mettemmo a parlare di rivoluzione e di donne. Di queste serate ce ne furono molte, e questa non fu la migliore, ma è quella che ricordo con più nostalgia. Forse perché eravamo seduti in un luogo destinato a scomparire, anche se formalmente esiste ancora: una “Antica Osteria”, come ce ne sono tante, che non conserva nulla del suo passato. L’oste, e quegli ubriachi, sono quasi certamente tutti morti (sono passati ormai trent’anni). Non erano persone da ammirare, eppure ne sento un po’ la mancanza. Allora era facile parlare con un ubriaco, senza temere nulla. Forse erano migliori degli sballati di oggi, oppure eravamo migliori noi.


“Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta,
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta:
qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore
e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po' peggiore...”
(Francesco Guccini, Canzone delle osterie di fuori porta)

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categorie: guccini, petites madeleines
26/09/2009

Il ricordo che viviamo

I passi che nella penombra
ne ricordano altri.
Un ritorno aspettato troppo.
Che dicevi nel buio?
Cosa sussurravi che io non capivo?
Altri tempi, altri luoghi.
La testa mi gira nell'infinito
ritorto contemplare di te,
le esistenze che furono mie
o d'altri, o di te.
E parli d'amore ancora,
ma che ne so io
del tuo odore che un venerdì tredici
tramutò il mio dolore
in una risata
nell'obliqua inclinazione
a inesistere.
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categorie: poesia
19/09/2009

La politica degli stolti

“La povertà commisurata al fine proprio della natura è gran ricchezza, mentre la ricchezza irragionevole è gran povertà.” (Epicuro, Sentenze vaticane, traduzione Antonangelo Liori)

Che valore ha la saggezza nella nostra società? Nessuno, a giudicare da ciò che sembra essere indicato come valore. Una fama frivola, una ricchezza esagerata, il potere. A governarci sono vecchi signori che non riescono a fare a meno del potere. Nello stato, nelle aziende, in tutti i mondi che compongono il nostro mondo, compresa la cultura stessa, si afferma chi ha ambizioni smodate e gode sadicamente a comandare. epicuroLa saggezza nella politica dovrebbe consistere nel considerare il proprio potere al servizio di tutti. In passato pochi sono stati all’altezza di questo principio. Oggi forse nessuno, almeno stando al desolante spettacolo, è il termine giusto, della politica nazionale. In questo contesto, è normale che si affermi non il più saggio, ma il più smodato, non chi pensa di servire, ma chi vuole essere servito. Non serve lamentarsi di questa situazione: ne siamo pienamente corresponsabili, e solo cambiando i nostri desideri, rendendoli diversi da quelli di coloro che ci rappresentano, potremo pensare di cambiare la situazione. Non è forse vero che ambiamo a vincere una somma spropositata al gioco più stupido del mondo? Siamo noi che lo facciamo, non altri. E siamo noi che votiamo per chi suscita la nostra invidia, chi rappresenta perfettamente il raggiungimento dei nostri più triviali desideri.
E allora che aspettiamo a cambiare?
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categorie: filosofia, epicuro
06/09/2009

L'isola pianeta

“Vi sono luoghi che appartengono alla pura geografia, o agli orari dei treni e degli aerei; ma altri luoghi sono densi di una violenza simbolica, sono cerimonie della pietra, riti marini, esorcismi del vento e delle nubi, sacri addobbi di brughiere, allegoriche tenebre di nebbia. Potrebbero, questi luoghi, non aver nome; sono luoghi antichi, ma quasi affatto privi dei segni della storia; e vogliono essere abitati, quando lo tollerano, da uomini pazienti e severi, e grati insieme dell’aspra ospitalità di quelle rocce, quelle gelide insenature, quei pascoli.” (Giorgio Manganelli, L’isola pianeta e altri settentrioni)

Pierpaolo Pasolini parlava di “rapporto magico con la natura”, contrapposto all’idea di una natura “naturale”, cioè travisata attraverso la nostra civilizzazione. Il mondo esiste perché esistiamo noi, gli uomini che credono di averlo sottoposto al proprio dominio, oppure esiste nonostante noi? Un terremoto che distrugge intere città incrina la nostra fiducia nella permanenza dell’essere umano. E’ fin troppo facile ricordare che la nostra vita è soggetta a un insieme di condizioni precarie. Non solo quella dell’individuo singolo, ma di tutto il genere umano. Dipendiamo dal sole non meno che dalla presenza di acqua sulla terra e dall’ossigeno nell’aria. stromboli_30420Tutto ciò non possiamo governarlo, se non con limitati interventi a difesa del nostro ambiente. Sarebbe già qualcosa, se ne tenessimo conto. Invece continuiamo a credere che la realtà fisica sia limitata alle strade in cui guidiamo, ai palazzi in cui viviamo e a qualche parco cittadino. Quando passeggiamo per un bosco, ci illudiamo di avere tutto sotto controllo, mentre dovremmo sempre ricordare che basterebbe un fulmine, un fenomeno fisico che nessuna civiltà potrà mai assoggettare al proprio controllo, per porre fine alla nostra ridicola sicumera.
Ci sono luoghi particolari che ci dovrebbero ricordare che siamo parte del mondo, e non i suoi dominatori. Che ci sono forze immense dalle quali dipendiamo, e che non potremo mai controllare. Vi consiglio la lettura di questo testo straordinario di Manganelli, un libro di viaggi che ci ricorda come l’uomo esiste solo in rapporto all’ambiente da cui dipende.

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categorie: natura, viaggi, pasolini, manganelli
27/08/2009

Se tu sei della sera la padrona

Se tu sei della sera la padrona
Di ghiaccio vestita quando infuria
Nel dolore che ti lega tempesta
Allora ritorno nero ribelle
Mentre seziono torbidi pensieri .

Dietro però le mie puntute zanne
Di furetto che si crede leopardo
C’è un sogno che non posso ingoiare
La luce del crepuscolo dorato
Da maturi lamponi profumata.

Che sogno è? Che cosa da te voglio?
Sapessi dirlo, ci fosse parola
Da pronunciare, anche una sola
Aprirei di gioia il tuo sorriso
Sarei con te nell’attimo perfetto.
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categorie: poesia
19/08/2009

Revolutionary road

“Cos’è successo? Ha avuto paura, o cosa? Ha deciso che dopotutto le piace star qui? Ha pensato che dopotutto è molto più comodo star qui nel vecchio Vuoto Disperato, oppure … Ehi, ho fatto centro! Guardate un po’ che faccia fa! Che c’è, Wheeler? Fuochino?”
“John, sei terribilmente maleducato. Ti prego, Howard …”
“Su, figliolo”, disse Howard Givings, levandosi in piedi. “Credo che faremmo meglio …”
“Accidenti!” John scoppiò nella sua clamorosa risata. “Accidenti! Vuol sapere una cosa? Non sarei affatto sorpreso se l’avesse messa incinta apposta, per trascorrere tutto il resto della sua vita a nascondersi dietro quell’abito premaman”.
(Richard Yates, Revolutionary road, traduzione Adriana Dell’Orto)


richard_yatesChe ci piaccia o no, la famiglia è la particella atomica della nostra società. Non ne possiamo prescindere, da essa veniamo e, attraverso invincibili meccanismi affettivi, pur essendo spesso convinti del contrario, tendiamo a ricrearla. Negli anni settanta la si paragonò spesso a un’istituzione totale. Non senza qualche ragione. Allora era ancora molto diffuso il padre-padrone, anche nell’ambito delle famiglie borghesi più istruite. Anche adesso, però, qualcosa che non va ci deve essere, visto che, ad esempio, il maggior numero dei delitti avviene tra le mura domestiche. Forse ora i ruoli sono più complessi di un tempo, e non necessariamente la figura del carnefice è quella paterna. Ma non è che questo cambi molto. Nel momento in cui poche persone condividono buona parte della vita, il rischio della sopraffazione di uno o alcuni sugli altri è inevitabile. Così è in un’azienda, in un carcere, in una caserma o in un appartamento. Il problema particolare della famiglia moderna, è che dovrebbe nascere dall’amore di due persone. Un tempo non era così, e una vita opprimente era un destino considerato ineluttabile e quasi augurabile, purché ci fosse da mangiare. Ora invece l’amore dovrebbe essere il vaccino che serve a scongiurare le malattie della famiglia. Poiché il vaccino risulta quasi sempre inefficace, si ricorre spesso alla chirurgia (il divorzio).
E’ qualcosa di cui non fa piacere parlare. L’amore per un’altra persona è troppo bello per potere accettare che nasconda insidie così spiacevoli. Come fare, però, per farlo essere un rapporto tra pari? Si scrivono tanti libri al riguardo, molti dei quali ripetono considerazioni troppo ovvie. Di certo ci sono meccanismi inconsci, di autodifesa, che si attivano senza che noi vogliamo. Come nel grande romanzo di Yates, dove i due protagonisti si trovano a interpretare un ruolo che non desiderano, finendo per agire nel peggiore dei modi.

postato da: gav5006 alle ore 21:18 | link | commenti | commenti
categorie: letteratura, innamoramento, yates