| Lentamente sulla memoria che accade come una svolta eterna o bellissima nel raro momento d’amore che si conclude sempre in un bacio tu svicoli lontano verso eterni sentieri e come lepre colta in fallo premi la tua preghiera di sempre, ottusa nella tua rabbia per chi ti salva dentro un gesto di amore. O te fortunata che torni indietro dopo il delirio, rompendo la tua sciagura. Con aghi eterni trionfi di tutto macchiando il tuo vacuo sorriso con tutte le preghiere delle donne. (Alda Merini) |
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nonostante l’avessi visto tante volte. Era capitato che scambiassimo qualche parola, e una volta ero stato anche in macchina con lui, ma a parte questo nient’altro. Lo sconforto e la rabbia che mi stava prendendo, mentre mi recavo in autobus all’università, erano dovuti a un senso di lutto diverso da quello che si prova per un amico. Molto difficile, oggi, da spiegare. Un lutto di comunità: “la morte di uno di noi”. Inoltre, al di là dei tanti discorsi sentiti, e alcuni fatti, in quei mesi, troppo ideologici e manichei, mi rendevo conto della situazione in cui saremmo stati da quel momento in poi. Emarginati, attaccati da tutti, considerati fiancheggiatori delle Brigate Rosse. Un disastro. Cercavo di credere che il PCI avrebbe fatto qualcosa, ma anche un ragazzo come me non faceva fatica a rendersi conto che si trattava d’illusioni. Berlinguer si era alleato con la DC, il partito del ministro dell’interno, che aveva scelto, e lo sapevamo da qualche tempo, la linea dello scontro militare con i “sedicenti tupamaros”.
Non voglio mettermi a parlare di Ipazia e della sua purtroppo misteriosa opera. Non è questo il punto. Il punto è invece che in Italia vi sono opere che non si possono leggere e altre che non si possono vedere, e questo non perché esista una censura che le mette all'indice, bensì per l’odiosa autocensura di pochi che non hanno a cuore il loro mestiere. Editori, distributori cinematografici, direttori di rete e così via. Persone che come intimo motto devono avere “ma chi me lo fa fare?” che in quest’ultimo caso deve essere stato “ma chi me lo fa fare di mettermi contro la chiesa?”
Mi capita spesso di pensare a chi siano nella realtà i protagonisti delle scabrose vicende di cui scrivono i giornali e parlano i telegiornali. Un marito che strangola la moglie, una moglie che accoltella il marito, un figlio che uccide i genitori, per stare nell’ambito familiare, o un pensionato che spara al vicino di casa. Persone che devono essere state altro, non solo marito, moglie, figlio, pensionato. La vita che ha preceduto il delitto, non necessariamente ha teso dall’inizio all’epilogo fatale. Magari vi sono stati momenti belli, in quelle vite, prima che qualcosa le incrinasse. Quel marito può essere stato un figlio esemplare, quella moglie una donna straordinaria, che si è prodigata per un’amica portatrice di handicap. Di questo quasi sicuramente nessun giornalista ci parlerà mai. Pensare che un delitto sia sempre commesso da una persona costituzionalmente violenta, ci tranquillizza. Se, parlando di quel pensionato, il giornalista ricorda il morbo di Alzheimer che l’ha colpito, questo ci turba profondamente. Il dubbio che chiunque possa commettere un delitto, in certe condizioni, mette in crisi la fede nella nostra persistenza. Ci fa paura l’idea che le nostre peggiori fantasie, un giorno, possano diventare realtà. Che l’ira momentanea che sappiamo così bene controllare, un giorno trovi breccia e ci porti dalla parte infernale.
Eravamo andati lì perché Baffo sosteneva che si bevesse vino adulterato con sangue di bue. Adesso non riesco a spiegarmi cosa ci fosse di tanto allettante, è però vero che ci piaceva ingurgitare di tutto. L’oste era vestito con un vecchio grembiule nero, di quelli che usavano i bidelli, e aveva il volto ricoperto di venuzze rosse. Ci servì un litro di melassa nerastra che sosteneva essere barbera. Dopo avere bevuto di un fiato il primo bicchiere, Baffo esclamò: “Esatto, è proprio sangue di bue!” Non so cosa fosse veramente, ma ricordo bene che sentii la sostanza densa scendere lentamente nello stomaco e fissarsi lì, come un blocco di catrame. Poi ci mettemmo a parlare di rivoluzione e di donne. Di queste serate ce ne furono molte, e questa non fu la migliore, ma è quella che ricordo con più nostalgia. Forse perché eravamo seduti in un luogo destinato a scomparire, anche se formalmente esiste ancora: una “Antica Osteria”, come ce ne sono tante, che non conserva nulla del suo passato. L’oste, e quegli ubriachi, sono quasi certamente tutti morti (sono passati ormai trent’anni). Non erano persone da ammirare, eppure ne sento un po’ la mancanza. Allora era facile parlare con un ubriaco, senza temere nulla. Forse erano migliori degli sballati di oggi, oppure eravamo migliori noi.
La saggezza nella politica dovrebbe consistere nel considerare il proprio potere al servizio di tutti. In passato pochi sono stati all’altezza di questo principio. Oggi forse nessuno, almeno stando al desolante spettacolo, è il termine giusto, della politica nazionale. In questo contesto, è normale che si affermi non il più saggio, ma il più smodato, non chi pensa di servire, ma chi vuole essere servito. Non serve lamentarsi di questa situazione: ne siamo pienamente corresponsabili, e solo cambiando i nostri desideri, rendendoli diversi da quelli di coloro che ci rappresentano, potremo pensare di cambiare la situazione. Non è forse vero che ambiamo a vincere una somma spropositata al gioco più stupido del mondo? Siamo noi che lo facciamo, non altri. E siamo noi che votiamo per chi suscita la nostra invidia, chi rappresenta perfettamente il raggiungimento dei nostri più triviali desideri.
Tutto ciò non possiamo governarlo, se non con limitati interventi a difesa del nostro ambiente. Sarebbe già qualcosa, se ne tenessimo conto. Invece continuiamo a credere che la realtà fisica sia limitata alle strade in cui guidiamo, ai palazzi in cui viviamo e a qualche parco cittadino. Quando passeggiamo per un bosco, ci illudiamo di avere tutto sotto controllo, mentre dovremmo sempre ricordare che basterebbe un fulmine, un fenomeno fisico che nessuna civiltà potrà mai assoggettare al proprio controllo, per porre fine alla nostra ridicola sicumera.
Che ci piaccia o no, la famiglia è la particella atomica della nostra società. Non ne possiamo prescindere, da essa veniamo e, attraverso invincibili meccanismi affettivi, pur essendo spesso convinti del contrario, tendiamo a ricrearla. Negli anni settanta la si paragonò spesso a un’istituzione totale. Non senza qualche ragione. Allora era ancora molto diffuso il padre-padrone, anche nell’ambito delle famiglie borghesi più istruite. Anche adesso, però, qualcosa che non va ci deve essere, visto che, ad esempio, il maggior numero dei delitti avviene tra le mura domestiche. Forse ora i ruoli sono più complessi di un tempo, e non necessariamente la figura del carnefice è quella paterna. Ma non è che questo cambi molto. Nel momento in cui poche persone condividono buona parte della vita, il rischio della sopraffazione di uno o alcuni sugli altri è inevitabile. Così è in un’azienda, in un carcere, in una caserma o in un appartamento. Il problema particolare della famiglia moderna, è che dovrebbe nascere dall’amore di due persone. Un tempo non era così, e una vita opprimente era un destino considerato ineluttabile e quasi augurabile, purché ci fosse da mangiare. Ora invece l’amore dovrebbe essere il vaccino che serve a scongiurare le malattie della famiglia. Poiché il vaccino risulta quasi sempre inefficace, si ricorre spesso alla chirurgia (il divorzio).